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web 2.0 e dimensioni culturali (4)
Quanto incide la cultura di un paese, o di una azienda, nell’introduzione del web 2.0 come strumento di collaborazione? Perché in certi ambienti questi strumenti hanno più successo che in altri?

Il modello di Hofstende (Hofstende, 1980 e 1992) , dal nome del suo autore, elenca le seguenti cinque dimensioni chiave per descrivere la cultura dei diversi paesi-nazione:

1. grado di avversione all’incertezza;
2. grado di distanza dal potere;
3. grado di individualismo-collettivismo;
4. grado di mascolinità-femminilità;
5. schemi mentali orientati al lungo o al breve periodo.

Ciascuna di queste dimensioni è utile per analizzare non solo la cultura di un paese ma anche quella di un’impresa o di un’istituzione e, specialmente alcune di esse, hanno una grande incidenza sulla possibilità di affermazione del web 2.0 in quel dato ambiente, tanto come strumento collaborativo che come strumento di comunicazione.

Vediamo ciascuno degli items/dimensioni e mettiamoli in rapporto con il web 2.0, che come abbiamo già detto può essere definito come la tendenza di comunità basate sul web, attraverso l’uso di siti per il social networking, i blog, e i wiki, di promuovere la creatività, la collaborazione e la condivisione, tra i singoli e il gruppo.

Vedremo come su tre o quattro dimensioni (incertezza, potere, individualismo e breve periodo) l’incidenza è, a nostro parere, forte, seppur a volte ambivalente, mentre su una dimensione pare che non ci siano particolari collegamenti con il web 2.0.

Attraverso questo confronto possiamo forse meglio comprendere perché in certi ambienti e paesi – per esempio gli Stati Uniti – , il web 2.0 ha successo, e in altri – per esempio l’Italia –, entra con maggiore difficoltà e possiamo anche intuire che cosa potrebbe facilitare l’inserimento del web 2.0 nelle pratiche quotidiane di lavoro di istituzioni ed aziende.

1. Grado di avversione all’incertezza. Chi non sopporta l’incertezza è abituato a vivere in un ambiente organizzato, nel quale si cerca sempre di mantenere il controllo di tutto ciò che accade. Per costoro l’imprevisto, e quindi anche l’improvvisazione, è qualcosa di fastidioso, mentre sono benvenute tutte le forme di previsione e comprensione, talvolta anche semplicemente lessicali – attraverso il linguaggio – dei fenomeni.

Le culture della programmazione hanno un alto grado di avversione dell’incertezza, mentre le culture dell’improvvisazione basso.

Il grado di avversione all’incertezza è legato anche alla comunicazione d’impresa, sia interna che esterna, perché un modo per ridurre l’incertezza è proprio quella di comunicare di più e meglio.

Il web 2.0 in senso rigoroso si potrebbe considerare in modo abbastanza neutro rispetto a questa dimensione perché i suoi strumenti sono parimenti in grado di favorire la pianificazione ma anche di alimentare una certa imprevedibilità, attraverso la partecipazione più ampia di diverse persone. Nelle aziende ed istituzioni però gli strumenti del web 2.0 si sposano comunque sempre con un alto grado di avversione all’incertezza e sono sempre orientati alla pianificazione.

2. Grado di distanza dal potere. Se la distanza dal potere è alta, come per esempio nelle culture che enfatizzano le gerarchie – come quelle militari, del vicino e del lontano oriente, o della burocrazia – si parla più facilmente di ordini, procedure, e di ruoli ben definiti che non di collaborazione. Viceversa le culture informali ed egualitarie, dove la distanza dal potere è minima, sono certamente più aperte all’accettazione del web 2.0. Ma la sola distanza dal potere, senza un chiaro e rispettato set di regole condivise, è una minaccia al web 2.0 non meno dell’alto grado di distanza dal potere.

La motivazione delle persone, i gradi gerarchici, il modo di esercitare influenza, l’esercizio del potere, il modo stesso di organizzarsi e di lavorare, di fare formazione, hanno una profonda relazione tanto con la distanza che si accetti dal potere come dall’orientamento all’individualismo o al collettivismo. Paradossalmente in società dove la collaborazione avviene più naturalmente meno si sente il bisogno di strumenti che la favoriscano.

Il web 2.0 pertanto cresce in culture con un basso grado di distanza dal potere.

3. Grado di collettivismo-individualismo. Chi ha a cuore il bene comune rispetto all’affermazione personale, più facilmente può far proprie le logiche del web 2.0. Per altro un eccesso di collettivismo rende poco dinamico lo scambio nel gruppo e inutile un ambiente che è anche in grado di stimolare il confronto e la sfida, che sono quasi il corteo di ogni cultura individualistica.

Se il web 2.0 e l’informazione trasparente promuovono la riduzione del gap di potere tra le persone, allora promuovono anche – si potrebbe dire per natura – un orientamento più incline all’individualismo che al collettivismo.

Il web 2.0 si sviluppa in modo abbastanza neutro rispetto a questa dimensione, perché il suo motore può essere sia il collettivismo (per esempio con il networking) che l’individualismo (con i blog e i diari personali). Per altro è proprio per correggere gli eccessi dell’individualismo che spesso si usano nelle organizzazioni gli strumenti del web 2.0.

4. Grado di mascolinità-femminilità. Ossia il grado in cui vengano enfatizzati valori associati agli stereotipi di mascolinità e di femminilità. È una dimensione che credo non abbia influenza sul successo del web 2.0.

Il web 2.0 si sviluppa infatti, a giudicare dal suo uso in rete, in modo neutro rispetto a questa dimensione perché l’uso dei suoi strumenti si adatta perfettamente allo stile stereotipizzato dei generi.

5. Schemi mentali orientati al lungo o al breve periodo. Essere orientati al lungo periodo significa capacità di soffrire, di sopportare l’incertezza, di attendere, e di guardare lontano.

Il web 2.0 vive invece della promessa del tutto e subito, della compressione dello spazio come del tempo e, in questo senso, sembra più accessibile alle culture orientate al breve periodo, alle culture della misurazione e degli obiettivi da perseguire in tempi accuratamente prestabiliti.

Il web 2.0 predilige pertanto l’orientamento al breve periodo.
 

 
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